Gig economy: lavoro flessibile e cultura generazionale. I pro e contro di una rivoluzione nel mondo del lavoro
Il termine Gig Economy non è del tutto recente: la tendenza a scegliere lavori temporanei, freelance, e contratti a breve termine piuttosto che impieghi stabili e a lungo termine è nata ormai diversi anni fa, assumendo contorni sempre diversi.
Del resto, il mondo del lavoro è in continua evoluzione: confrontandolo con quello di 50 anni fa molto è cambiato, non solo in termini di opportunità, ma anche di valori. Se molte nuove tendenze sembrano solo una continuazione di vecchie modalità, c’è una differenza sostanziale: il modo in cui queste nuove forme di lavoro sono vissute e percepite dalle diverse generazioni.
Lavoro e società: com’era 50 anni fa?
Nel 1975, un giovane appena uscito dalla scuola aveva probabilmente davanti a sé una strada più chiara rispetto a quella che ha davanti oggi un diplomato. Il lavoro stabile, con un contratto fisso, era considerato la norma. Le aziende cercavano di fidelizzare i propri dipendenti offrendo loro sicurezza, benefit, una pensione. Difficilmente si cambiavano più aziende nel corso della propria vita.
Non solo: c’era un forte senso di stabilità e certezza rispetto alla carriera, che veniva costruita nel lungo periodo proprio all’interno dell’azienda in cui si lavorava. La società, in generale, tendeva a premiare la lealtà del dipendente, l’impegno a lungo termine e una certa linearità nella crescita professionale.
All’epoca, il concetto di “lavoro flessibile” o “autonomo” non esisteva come lo intendiamo oggi. C’erano alcune eccezioni, come liberi professionisti e artigiani, ma la maggior parte delle persone aveva (e manteneva nel tempo) un impiego stabile presso un unico datore di lavoro. La professione era vista principalmente come un mezzo per guadagnarsi da vivere e costruire un futuro concreto, mentre il cambiamento sociale più grande era probabilmente legato ai movimenti di lotta per i diritti civili, e a quelli per i diritti dei lavoratori.
La Gig Economy oggi: flessibilità o precarietà?
Oggi, la situazione è molto diversa. Le parole d’ordine sono flessibilità e autonomia, ma non sempre queste portano con sé i benefici che ci si potrebbe aspettare. Grazie a internet e alle piattaforme digitali, lavorare da freelance o a progetto è diventato più semplice. Piuttosto che dover seguire un percorso rigido in una singola azienda, si può scegliere di lavorare su più fronti, guadagnando su progetti che si svolgono online oppure offrendo competenze in settori diversi, salvaguardando quello che per i giovani del 2025 sembra fondamentale e impagabile: il proprio tempo libero.
Ma, d’altro canto, questa flessibilità spesso si traduce in precarietà. Contratti brevi, mancanza di sicurezza sociale – come segnala, fra gli altri, The Guardian – e il rischio di non avere un reddito stabile sono i lati oscuri di una realtà che, da una parte, sembra promuovere la libertà e l’indipendenza, ma dall’altra rende la precarietà uno spettro sempre più concreto.
Non solo: molti giovani si trovano a dover affrontare un panorama lavorativo che non garantisce loro la stessa sicurezza economica di un tempo. È lecito chiedersi allora: come cambieranno i sistemi di welfare, le pensioni e la gestione del lavoro in futuro?
Psicologia delle generazioni: una nuova consapevolezza?
Analizzare l’evoluzione psicologica tra le generazioni è fondamentale per capire quanto questo cambiamento epocale sia frutto di reale consapevolezza. Se nei decenni passati un posto fisso rappresentava un traguardo di successo, oggi molti giovani si trovano a mettere in discussione proprio questo modello che sembrava intoccabile.
Nella generazione degli attuali boomer, il lavoro stabile era sinonimo di sicurezza, successo e tranquillità. Si cresceva con la consapevolezza che un lavoro fisso portava con sé anche un futuro sereno, con una casa, una famiglia e una pensione.
Per i millennial e la Gen Z, invece, la consapevolezza è ben diversa. Molti giovani di oggi non vedono il lavoro come una mera fonte di reddito, ma come uno strumento per esprimere la propria creatività, il proprio potenziale e i propri valori. Non solo: la tendenza alla mentalità Yolo, che mira a privilegiare il presente rispetto al futuro, ma soprattutto al passato, oltre ad altri fenomeni come il micro-retirement, costringono a ripensare anche il tempo che nella propria vita si è disposti a dedicare al lavoro.
Tuttavia, questa nuova concezione del lavoro è spesso messa alla prova dalla difficoltà nel trovare impieghi che siano davvero appaganti e che garantiscano una stabilità economica. La sfida per questa generazione è quindi duplice: conciliare la ricerca di un lavoro che dia soddisfazione con la necessità di guadagnare e sopravvivere in un mondo del lavoro sempre più instabile. Da qui, un’altra domanda lecita: i lavori temporanei sono davvero sempre una scelta, oppure in molti casi sono l’unica alternativa in un mercato del lavoro tremendamente instabile?
La gig economy, in sostanza, è sicuramente il prodotto di un’evoluzione naturale del mercato del lavoro, che si sta adattando a un mondo sempre più digitale e interconnesso. Se da un lato c’è più libertà e flessibilità, dall’altro c’è anche la sfida di affrontare un mondo del lavoro che non offre le stesse sicurezze che le generazioni passate davano per scontate. La vera domanda che resta è: come possiamo trovare un equilibrio tra la libertà di scegliere e la necessità di stabilità?